PAOLO BENVEGNÙ, recensione #2, "ORLANDO": I Campi in Fiamme, L'Amore e l'Assenza


Traccia tra le più intime e struggenti dell'album Earth Hotel, Orlando si erge come uno dei vertici assoluti del cantautorato di Paolo Benvegnù, un inno in cui il rigore tecnico e la devastazione emotiva si fondono in un valzer crepuscolare. Sotto il profilo armonico e strutturale, il brano sceglie la classica e ipnotica misura del cosiddetto tempo ternario (3/4), cullando l'ascoltatore attraverso delicati accordi di pianoforte e una tessitura acustica che rievoca la solennità introspettiva della miglior scuola cantautorale italiana, pur mantenendo la cifra stilistica sospesa e dilatata, quasi metafisica, tipica dell'autore. L'impalcatura lirica nasce da una potente visione allegorica: i "campi di grano bruciati" della Basilicata post-raccolto, osservati dall'autore durante un viaggio, diventano la metafora pulsante dell'opera, dove l'incendio non è annientamento, ma un mezzo doloroso per fare spazio, per azzerare e cercare una rinascita. Questo vuoto diventa un teatro acustico in cui risuonano interrogativi esistenziali destinati a dissolversi, trasformando il sentimento non in un atto di possesso, ma in una presenza e in una resa incondizionata al mistero della natura. La chiave di lettura più viscerale risiede però nel nucleo taciuto della canzone, immaginata dall'artista come se fosse interpretata da un "padre assente" da decenni: Benvegnù usa le proprie corde vocali e le proprie mani per dare corpo a un fantasma, nel disperato tentativo di farsi insegnare l'arte di scorgere la vita proprio nel centro esatto delle distruzioni umane. Orlando diviene così una complessa stratificazione di intuizioni poetiche in cui gli espedienti tecnici — come la calibrata dilatazione del ritmo e le lunghe sospensioni armoniche — fungono da veri e propri sospiri catartici, ricordandoci che persino in un paesaggio interiore incenerito è possibile ritrovare una radice intatta, abbandonandosi felicemente alla deriva della propria autenticità e sofferenza.

Alessio Miglietta 

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