LA TOP 50 DI SPOTIFY ITALIA ... OTTIMO LAVORO, CONTINUATE COSÌ!


Signore e signori, ultimamente ho sviluppato una forma di fottuta, incommensurabile invidia per i sordi. Li guardo camminare per strada e penso: 'Che bastardi fortunati, loro non conoscono la Top 50 di Spotify Italia'.
Voglio dire, fermiamoci un attimo ad ammirare la fauna che domina le nostre classifiche. Abbiamo trasformato il paese del Bel Canto nel paese del 'Bel Rutto Con Autotune Incorporato'. Guardateli, questi miracolati dall'algoritmo. Non sono cantanti, sono feti canori nati morti, tenuti artificialmente in vita dalle incubatrici di Pro Tools. Se un brillamento solare friggesse le centrali elettriche di questo paese, la metà della discografia italiana non solo diventerebbe muta, ma smetterebbe fisicamente di esistere. E vi giuro, sarebbe il giorno più radioso per l'arte dai tempi del Rinascimento.
Prendiamo i nostri amatissimi 'trapper'. Ragazzini cresciuti a Girelle Motta e (poche) sculacciate dalla nonna, che magicamente, a diciott'anni, si convincono di essere i narcos di Medellin. Ci deliziano con testi che sembrano il referto psichiatrico di un macaco autistico: 'Ehi, bitch, ho il ghiaccio sul polso, sparo al mio bro, piango nella Lambo a noleggio'. Tesoro mio, l'unico 'ferro' che hai mai impugnato in vita tua è la piastra per stirarti il ciuffo prima di fare i balletti su TikTok. Fate la vita dei criminali vissuti, ma andate in overdose di zuccheri se bevete troppe Energy drink.
E non crediate che la scena pop o 'indie' si salvi. Lì abbiamo i poeti del disagio. Schiere di castrati ventenni che sussurrano nel microfono con l'enfasi di chi sta defecando a fatica. Cantano di relazioni finite male e di depressione fasulla, vendendo il proprio vuoto cosmico a ragazzine con le crisi ormonali. Siete le meretrici del marketing digitale, mendicanti di stream che venderebbero le ceneri della propria madre per un fottuto disco di platino comprato con i bot filippini.
La verità, signori, è che l'industria musicale italiana oggi è come un reparto di cure palliative: si pompa morfina nelle orecchie del pubblico per non fargli capire che l'arte è terminale. Ascoltare un cantautore da classifica odierno è come guardare un incidente stradale: sai che c'è puzza di carne bruciata, è un orrore per gli occhi, ma in qualche modo la massa si ferma a filmarlo e ci balla sopra.
Quindi, un brindisi ai nostri idoli da classifica. Continuate a mungere questo cadavere gonfiato che chiamate 'scena musicale'. Io, nel frattempo, vado a comprarmi un punteruolo per perforarmi i timpani. Almeno il suono del mio stesso sangue sarà meno banale del vostro ultimo fottuto singolo."
E poi ci sono loro. I signori del 'pop perbene'. I beniamini delle radio, gli intoccabili, quelli che le nonne chiamano 'veri cantanti' perché si presentano a Sanremo in giacca o con i vestitini di paillettes. Loro non spacciano droga nei testi, no. Loro spacciano un veleno molto più letale: la noia terminale.
Vogliamo fare nomi e cognomi? Ma certo, scoperchiamo questo fottuto vaso di Pandora di mediocrità.
Partiamo dalla regina della circonvenzione di incapace estiva, Annalisa. Una donna con una laurea in fisica. Ci rendiamo conto dell'atrocità? Poteva dedicare la vita a studiare l'entropia dell'universo, a calcolare le traiettorie dei buchi neri. Invece ha deciso di diventare lei stessa un buco nero culturale, risucchiando l'intelligenza degli italiani a colpi di ritornelli che sembrano scritti da un'intelligenza artificiale in stato di ebrezza. 'Bellissima', 'Sinceramente'... sinceramente, preferirei infilarmi un cotton fioc imbevuto di acido solforico nel timpano piuttosto che sentire un'altra volta questa cantilena da supermercato. Ha barattato la termodinamica per sculettare ritmicamente sulle stesse quattro note in croce, fatturando sui neuroni bruciati di una nazione in coma cerebrale.
E poi c'è lui, l'idolo delle ragazzine con il disturbo borderline: Tananai. La prova vivente, tangibile e inoppugnabile che in questo disgraziato Paese l'intonazione non è più un requisito, ma un fottuto ostacolo. Questo ragazzo ha costruito una carriera sul cantare come un camionista ucraino che ha appena vomitato l'anima dopo una cassa di vodka di contrabbando. E la stampa lo adora! Lo chiamano 'sensibile', 'autentico'. No, signori, non è autentico. È semplicemente stonato come una campana rotta. Avete preso un disadattato che al karaoke di periferia verrebbe lapidato con i sottobicchieri e ne avete fatto un profeta.
Ma se vogliamo parlare di armi di distruzione di massa, non possiamo ignorare Alessandra Amoroso. L'acufene fatto persona. L'urlo di Munch declinato in formato mp3. Le sue canzoni sono l'equivalente uditivo della tortura della goccia cinese, progettate in laboratorio per un esercito di casalinghe frustrate sull'orlo della menopausa o del suicidio assistito. Ha questa voce che ricorda un gatto randagio castrato senza anestesia. Ogni volta che prende un acuto cercando di simulare un'emozione umana, un angelo in paradiso si spara un colpo di calibro 9 in gola per non sentirla. Piange, urla, si dispera... e l'unica cosa che vorremmo disperatamente noi è il tasto 'muto' sulla sua esistenza discografica.
E infine, il gran maestro, il patrono secolare dei ritardati cronici, il premio Nobel per la rottura di coglioni transoceanica: Tiziano Ferro. Sono vent'anni. Vent'anni fottutissimi che quest'uomo ci ammorba con i suoi traumi irrisolti. Frocio o non frocio? Questo è il dilemma. Piange, piange in continuazione. Piange in italiano, piange in spagnolo, piange dalle sue ville di lusso. Tiziano, cristo santo, hai cinquant'anni e i milioni in banca, pagati il miglior psichiatra di Beverly Hills e smettila di romperci il cazzo. Hai munto la tua ansia sociale con una tale ferocia e avidità che ormai da quelle corde vocali non esce più musica, ma solo il rantolo di un'anima in putrefazione che elemosina un po' soldini aggiuntivi di pietà da stadio.
Questi non sono artisti. Sono parassiti del condotto uditivo. Sono i necrofori del talento, che danzano sul cadavere della musica italiana vendendovi l'odore di decomposizione come se fosse Chanel N°5.
Quindi sì, fate partire i vostri fottuti tweet di indignazione. Scatenate le vostre fanpage gestite da dodicenni analfabeti e madri represse. Siete solo i complici di un olocausto culturale, e io rido guardandovi soffocare nella vostra stessa spazzatura.

A seguire, ecco il top.
Benvenuti all'autopsia a cuore aperto che ci ostiniamo a chiamare Sanremo 2026. Un'edizione cupa, mortifera. Un anno nero. Nero, per l'appunto, come l'epidermide di Carlo Conti dopo essersi addormentato nel nocciolo di un reattore nucleare. Quell'uomo ha ormai trasceso il concetto biologico di abbronzatura: è diventato una singolarità di Vantablack che assorbe la luce dei riflettori dell'Ariston. Se lo guardi fisso per troppo tempo, la sua gravità ti risucchia la pensione. E a condurre questo treno deragliato, ovviamente, ci sono le vere metastasi: i concorrenti.
Partiamo dai tre chierichetti dell'apocalisse geriatrica, Il Volo. Sono la prova provata che la reincarnazione esiste: tre ottantenni rancorosi intrappolati nei corpi sudaticci di tre trentenni. Sono l'equivalente musicale di un esame della prostata: fastidiosi, invasivi e idolatrati solo da chi ha superato l'età per intendere e di volere. Salgono sul palco e urlano. Urlano con quell'impostazione lirica da discount, gonfiando le giugulari fino a farle sembrare condotti fognari, cantando di 'amori immensi' quando l'unica cosa davvero immensa è il nostro fottuto desiderio di vederli inghiottiti da una botola.
Poi c'è Mahmood. Qualcuno gli spieghi che Sanremo non è un abbonamento in palestra, non sei legalmente obbligato a timbrare il cartellino ogni anno. Si è presentato vestito con quello che sembra il risultato di un'esplosione in un sexy shop di Marrakech. E la canzone? Il solito mix letale di onomatopee beduine e lamenti sincopati. Ascoltarlo senza il libretto d'istruzioni è clinicamente impossibile; sembra uno che sta avendo un ictus ischemico mentre cerca di ordinare un kebab alle tre di notte. E la giuria della sala stampa piange lacrime di commozione, perché quei finti intellettuali radical chic confondono regolarmente l'afasia con l'avanguardia.
Non dimentichiamoci la quota 'violenza domestica acustica': Emma Marrone. La donna che ha abolito il concetto di melodia per sostituirlo con l'intimidazione fisica a mano armata. Non canta, ti fa un'estorsione attraverso il microfono. Ha questa fissa perenne di dover dimostrare di 'avere le palle', sbraitando ogni singola fottuta vocale come se stesse partorendo un riccio di mare contropelo. Quando piazza l'acuto strozzato nel ritornello, a Bordighera i gabbiani iniziano a sanguinare dalle orecchie e si schiantano sugli scogli. Un po' di Tavor, Emma. Te lo chiedo in ginocchio. Uno Xanax, una camomilla tagliata col bromuro, qualsiasi cosa prima di salire su quel palco.
E ovviamente, la quota 'strada'. Il Geolier di turno, o qualunque altro clone autotunnato generato nei laboratori clandestini dell'hinterland. Scendono le scale dell'Ariston con collane di diamanti che pesano più del loro quoziente intellettivo, cantando di spaccio, glock e femmine da strada... ma lo fanno in prima serata su Rai 1, mentre zia Pina sbuccia i mandarini sul divano. Sei un gangster di strada, eh? Sei il Pablo Escobar dei poveri? Bro, stai aspettando in fila che un presentatore color mogano ti consegni i fiori di Sanremo per poter salutare la mamma e il parroco. Siete i camorristi della Chicco, la cosa più plastificata e innocua d'Italia da quando hanno inventato il Pluriball.
Abbiamo pagato il canone per finanziare questo rito satanico, questo stupro collettivo del pentagramma. Sanremo 2026 non è un festival, è un esperimento sociale di massa per calcolare quanta merda liquida un intero Paese sia disposto a ingerire prima di dare fuoco alle proprie televisioni. E noi, come dei docili e bravi masochisti decerebrati, siamo qui col telecomando in mano.

Ma aspettate, perché la tortura non sarebbe completa senza il proverbiale tocco di classe, l'apoteosi del macabro: i 'superospiti internazionali'.
Per farci sentire meno provinciali, gli organizzatori riesumano letteralmente dei relitti umani dalla formalina. Li vedi scendere le scale dell'Ariston con il terrore negli occhi, sorretti da badanti russe sapientemente travestite da coriste, mentre pregano che il pacemaker non vada in cortocircuito sotto le luci stroboscopiche. Hanno scongelato qualche icona del rock degli anni '70 o qualche popstar degli anni '80 che ormai non riconosce nemmeno i propri familiari, figuriamoci la tonalità della hit che l'ha resa celebre. Cantano in un playback così imbarazzante che le labbra si muovono con un fuso orario diverso rispetto alla base musicale; sembrano dei fottuti animatronics difettosi fuggiti da un parco giochi abbandonato. E noi li paghiamo. Mezzo milione di euro di soldi pubblici per vederli non crollare in polvere sul palco, confermando ancora una volta che l'Italia è la Florida del panorama musicale globale: il posto dove la dignità degli artisti viene a morire.
Eppure, sapete qual è la vera tragedia? Chi permette tutto questo. Chi certifica questo letamaio elevandolo ad arte. Signori, un applauso lento e disgustato alla sacra, incorruttibile Sala Stampa. I 'giornalisti musicali'.
Guardateli, questi intellettuali da discount, accampati come scarafaggi attorno ai buffet della Riviera per scroccare tartine al salmone e prosecco caldo. Gente che per undici mesi all'anno recensisce le sagre del cinghiale e a febbraio improvvisamente si reincarna in Lester Bangs. Sono l'anello mancante tra l'ufficio stampa e il vuoto pneumatico.
Li leggi, la mattina dopo, sbrodolare fiumi di inchiostro per giustificare il nulla cosmico. Usano termini come 'urgenza espressiva', 'svolta urban', 'maturità artistica'. Vi do io la fottuta maturità. Siete dei complici. Siete i becchini del buongusto che incensano una setta di incapaci pur di garantirvi il pass VIP gratuito con il cordino colorato per l'anno prossimo. Recensite un rutto riverberato sparato a 120 bpm e ci leggete dentro 'il malessere generazionale'. Non siete critici, siete dei ventriloqui aziendali, gli addetti allo spurgo delle etichette discografiche, pagati in tramezzini per lucidare lo stronzo finché non brilla abbastanza da poterlo passare in rotazione su RTL e radio da due soldi simili.
Quindi, cari miei, il sipario cala. Continuate a sventolare i vostri mazzi di fiori finti, continuate a twittare le vostre classifiche del cazzo, continuate ad abbeverarvi a questa fogna a cielo aperto.
Io stacco la spina. E non metaforicamente. Vado giù in cantina a staccare il fottuto contatore generale. Perché in un Paese che ha trasformato la musica in una perizia psichiatrica a reti unificate, il silenzio assoluto non è più un vuoto acustico. È l'unica, vera, inarrivabile forma di lusso.
Che la sordità ci salvi tutti. 

Alessio Miglietta 

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